La tua “vera voce” non esiste (ovvero: piccolo viaggio tra miti vocali, fisiologia e identità sonora)

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Samuele Rossin

Era qualche anno fa, in uno studio di registrazione con i muri foderati di legno e quell’odore familiare di valvole calde, cavi arrotolati e strumenti che hanno già visto parecchio.

Un produttore, di quelli che parlano con il tono sicuro di chi ha già deciso cosa funziona e cosa no, ascoltava i nostri brani nuovi.

Annuisce, fa due smorfie tecniche, guarda con attenzione i fogli con i testi, come se stesse risolvendo un enigma antico.

Poi si gira verso di me.

E, con l’aria di chi sta per rivelare una verità cosmica, dice:

“C’è un problema con la tua voce.”

Silenzio.

“È come se… non arrivasse del tutto.

È perché non stai cantando con la tua vera voce.”

 

La vera voce.

Due parole che suonano importanti, pesanti, quasi mistiche.

In realtà, per come le usava lui, non significavano assolutamente nulla.

Non artisticamente.

Non tecnicamente.

Non fisiologicamente.

Eppure sono tra le parole più vendute nel mondo del canto moderno:

“Trova la tua vera voce.”

“Il problema è che non usi la tua vera voce.”

No.

Semplicemente no.

 

Da quella conversazione, e da anni di persone arrivate a lezione convinte di “non averla ancora scoperta”, nasce questo articolo.

Perché la vera voce non esiste.

Esiste, semmai, la voce che scegli.

La voce che costruisci.

La voce che si trasforma con te.

Tutto il resto è marketing. O incompetenza.

La voce non è un suono: è un sistema politimbrico

Partiamo dalla base: la voce umana non è un suono.

È un sistema politimbrico.

Significa che non è progettata per produrre un solo timbro, ma molti.

(Il timbro è l’insieme delle caratteristiche sonore che ci permette di distinguere, ad esempio, due voci che cantano la stessa linea melodica o due strumenti che suonano la stessa nota)

Lo facciamo in automatico: cambiamo tono nel parlare, giochiamo a imitare gli altri, facciamo vocine, approfondiamo un’emozione solamente spostando una risonanza di “un centimetro”.

Una sola voce?

E soprattutto: chi decide qual è quella “vera”?

La voce parlata non è la tua vera voce naturale (è un’abitudine)

C’è poi l’idea che la “voce vera” sia quella con cui parliamo.

Nemmeno questo è vero.

 

La voce parlata è un mosaico di abitudini apprese: familiare, geografico, affettivo.

È l’accento che assorbiamo senza accorgercene, la r moscia ereditata, la pronuncia copiata, la postura vocale dei primi anni di vita, la lingua madre.

Basta cambiare città per qualche mese e… il suono cambia.

Le risonanze cambiano, il ritmo cambia, il colore cambia. Chi vive all’estero per un po’ lo sa.

Quindi: se la voce “naturale” cambia continuamente, come può esisterne una vera, fissa, immutabile?

La voce come tavolozza: il timbro è una scelta, non un destino

La voce è un sistema fatto di meccanismi, risonanze, scelte. E la scelta è interpretazione.

Chi canta utilizza diversi “ingranaggi” vocali: M0, M1, M2, M3.

Non voglio dilungarmi su questo, ci potrei scrivere un articolo a parte, ma basta sapere una cosa:

Ogni meccanismo produce un timbro diverso.

A questi si sommano:

  • la posizione della laringe;
  • l’uso delle risonanze;
  • la prevalenza di muscoli come il crico-tiroideo o il tiro-aritenoideo;
  • la costrizione o la retrazione delle false corde;
  • eventuali caratteristiche anatomiche specifiche;
  • il grado di adduzione cordale.

Il risultato?

La stessa identica nota può suonare in centinaia di modi diversi.

Non è poesia: è fisiologia.

Ed è la scelta di quando usarli che crea l’interpretazione.

Non il contrario.

È la prova definitiva che la voce non è una linea retta.

È una tavolozza di colori, come quella di un pittore.

C’è il bianco e nero, certo, ma ci sono anche tutte le sfumature, e un artista non è più “vero” quando usa un solo colore: lo è quando sceglie il colore giusto per quel momento.

Il corpo ci porta dove vuole: gli stati attrattori

Qui entra in gioco un concetto fondamentale dello studio vocale moderno: gli stati attrattori.

Sono le abitudini involontarie a cui il corpo torna quando non sappiamo ancora scegliere.Il modo spontaneo in cui ci “arrangiamo” per produrre un suono, spesso poco efficiente ma familiare:

falsa corda che si stringe, laringe che sale, voce che si strozza (per esempio).

Non perché “è naturale” ma perché è ciò che il corpo conosce.

Il lavoro tecnico non è trovare una voce vera, ma ampliare lo spazio delle possibilità, rompere gli stati attrattori rigidi e costruirne di nuovi, più utili, più sani, più espressivi.

L’ascolto: il primo vero allenamento vocale

Non si può poi parlare di voce senza parlare di ascolto.

E qui Tomatis è inevitabile con il suo lavoro enorme sulla relazione tra orecchio, cervello e voce.

In brevissimo: la voce può produrre solo ciò che l’orecchio è disposto a riconoscere.

Ovvero: “Si canta come si ascolta”.

Se ascolti sempre gli stessi cinque artisti, avrai sempre gli stessi cinque colori vocali.

Se ascolti generi diversi, lingue diverse, timbriche lontane dal tuo piccolo universo, l’orecchio si allarga, riconosce più possibilità, e la voce segue.

L’identità vocale si costruisce dall’esterno tanto quanto dall’interno, e un cantante che smette di ascoltare cose nuove smette anche di crescere.

Molti “non trovo la mia vera voce” significano in realtà: “non sto ascoltando abbastanza possibilità per sapere cosa posso essere.”

L’ascolto non è un accessorio: è architettura.

La voce cambia con te (e meno male)

Ogni artista attraversa metamorfosi vocali.

Non perché perde autenticità, ma perché cresce: nei gusti, nella tecnica, nella vita.

Non è un fallimento.

È maturazione.

La settimana scorsa guardavo una recente intervista a Caparezza ed è un esempio perfetto: la voce dei primi dischi, volutamente stridente, “fastidiosa” e caricaturale, è sparita.

Era una scelta.

Ora ce n’è un’altra.

Qual è la sua voce vera? Nessuna.

O forse tutte.

Il produttore, la fidanzata e il paradosso della “vera voce”

Torniamo un attimo a quel produttore.

Quando mi saluta mi dice:

“Sono disposto a lavorare con voi… ma Samuele deve prendere lezioni con una persona che conosco. Lei saprà tirargli fuori la vera voce.”

Cerco chi fosse questa esperta.

Scopro che era appena uscita dal triennio jazz.

Scopro che non aveva alcuna formazione vocologica o tecnica approfondita.

Scopro, dettaglio non irrilevante, che era la sua fidanzata.

Insomma: la mia “vera voce” era solo un pretesto per farmi studiare da lei.

E la sua idea, del produttore, di “vera voce” era solo un modo elegante per dirmi:

“Vorrei che tu cantassi come piace a me.”

E qui sta il problema.

Molti usano “vera voce” come arma per imporre un gusto personale, o per nascondere una competenza debole sotto parole mistiche.

E gli abbellimenti? Vibrati, runs, trilli? Sono veri o falsi?

Dove li mettiamo nella “vera voce”?

Perché se volessimo essere pignoli, tutto ciò che nel parlato non esiste dovrebbe essere considerato “non vero”.

Ma nessuno parla con il vibrato quando ordina un cappuccino.

Nessuno parla facendo i runs.

Gli abbellimenti sono strumenti artistici, sono colori.

Sono possibilità espressive.

Se dovessimo eliminarli nel nome della “vera voce”, dovremmo smettere di ascoltare la maggior parte della musica mondiale.

È evidente che questa logica non regge.

La voce cantata è arte, non natura.

Il mito della “voce vera” confonde gli allievi

Nel mio studio sento spesso frasi come:

“Non trovo la mia vera voce.”

“Mi hanno detto che non so usarla.”

“Forse non l’ho ancora scoperta.”

È una trappola concettuale: un’idea che non definisce nulla ma ci fa sentire sbagliati.

E ogni volta devo fare un lavoro di “destrutturazione del pensiero”, prima ancora che vocale.

Non esiste una voce da trovare.

Esiste una voce da liberare, semmai.

È diverso, liberare significa togliere:

  • tensioni;
  • abitudini;
  • compensazioni;
  • posture errate;
  • automatismi del parlato;
  • stati attrattori che il corpo ha costruito negli anni.

È come riordinare una stanza, non come cercare un tesoro nascosto.

E soprattutto, liberare la voce non significa trovarne una sola, ma significa scoprire tutte quelle che hai.

Molto più utile, e soprattutto onesto, è lavorare su:

  • ampliare la tavolozza, le possibilità vocali;
  • scegliere il timbro giusto per ciò che vuoi comunicare;
  • nutrire l’ascolto con nuove possibilità;
  • capire come funzionano i meccanismi.

La voce che sei oggi non è quella che sarai domani.

Ed è una buona notizia.

L’unica voce “vera” è quella che scegli consapevolmente

Dopo anni di studio, coaching, lezioni (anzi, dopo anni di canto reale sul palco, in studio, per strada) sono arrivato a una sola conclusione:

La vera voce non esiste.

Esiste solo la voce che scegli.

Quella che costruisci.

Quella che ti rappresenta oggi.

Quella che cambia domani.

Quella che diventa più ricca man mano che tu diventi più consapevole.

E quella consapevolezza passa da tre strade:

  1. Ascoltare (tanto, diversificato, senza pregiudizi)
  2. Studiare (tecnica, fisiologia, sperimentazione)
  3. Scegliere (quale timbro/tecnica usare, perché e per cosa)

È evoluzione, non identità.

Ed è questo il motivo per cui, nelle mie lezioni non aiuto nessuno a “trovare la propria vera voce”.

Aiuto le persone a conoscere la propria voce e a usarla con libertà, senza vincoli, senza slogan.

Scegliere un timbro, un meccanismo, una risonanza, non è perdere naturalezza.

È interpretazione.

 

Perché il canto non è trovare chi sei.

È scegliere, ogni volta, chi vuoi essere.

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